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i nostri viaggi la nostra storia
Patagonia 2001 
L'ululato del vento nelle orecchie, il manubrio che trema e lo sterrato che scricchiola nella distesa infinita. La tortura della salita, i muscoli che bruciano ed il soffio di vento che scorre insieme al torrente che divide il bosco ed il cammino. Le mani gelate per la pioggia, il freddo della mattina che penetra nella roba umida. La folta vegetazione che incombe sulla Carretera Austral. I denti stretti che mordono la polvere della Ruta 40 ed il vento che castiga: questa, in sintesi, la Patagonia che noi, 35 avventurieri in sella alle nostre poderose mountain bikes, abbiamo vissuto. 2800 chilometri, la distanza che separa Bariloche dalla città più a sud del mondo: Ushuaia.
Atterrati il giorno 2 di gennaio nella Cortina d'Ampezzo argentina, San Carlos de Bariloche, trovavamo ad attenderci una guida tuttofare, una sorta di Virgilio patagonico che ci avrebbe affettuosamente accompagnato nel nostro lungo e difficile cammino. Mariano Lorefice - questo il nome dell'ironman argentino che ha all'attivo niente meno che due giri del mondo in bicicletta e può sicuramente vantare un bagaglio enorme in tema di viaggi ed avventure su due ruote - aveva equipaggiato due veicoli di assistenza che, stracarichi di borsoni, tende, alimenti, acqua, combustibile, fornelli e pentole varie, ci avrebbero pazientemente seguito per l'intero raid.
Il nostro era un gruppo di persone piuttosto eterogeneo sia per quanto riguarda l'età (dai 23 anni ai 61), sia per ciò che concerne il livello di allenamento ciclistico di ognuno. Alcuni avevano nelle nervose gambette depilate più di 15.000 chilometri di allenamento percorsi per la maggior parte svolgendo granfondo sia su strada che in MTB, altri appartenevano alla categoria dei ciclisti della domenica, quelli cioè che attendono il fine settimana per scappare dagli impegni di lavoro per macinare chilometri su chilometri. Altri ancora, attratti dalla semplice parola Patagonia - che solo a pronunciarla sembra promettere sicure emozioni - si erano forse lasciati trasportare troppo dall'immaginazione, tanto da dimenticarsi che bisognava viaggiare non solo con la testa ma anche con le gambe. A completare questo magico collage anche 7 superdonne che, lasciate a casa le vesti di dolci mamme, infermiere,maestre o casalinghe, si sono perfettamente calate nei panni di vere, invincibili valchirie.
Così uno fianco all'altro, occupando una intera carreggiata della strada, indossando la divisa gialla, con il viso sporco di fango ed urlando a squarciagola, ci sovrapponevamo in ogni curva creando come la visione di un anacronismo ibrido, un mescolarsi di spaghetti western e una pattuglia di polizia balneare in cerca di una primitiva sensazione di libertà che si traduceva nel totale svuotamento fisico e mentale, nel mangiare con voracità o cadere morti di fatica dentro il sacco a pelo, sul suolo duro della regione più australe del Pianeta
Il giorno 3 di gennaio alle ore 9 circa di mattina, ancora un poco intontiti dalla festa della sera precedente dove Carlos nel suo rifugio ci aveva preparato cordero asado e vino tinto, partivamo carichi come delle molle, eccitati come bambini, verso quella che ventisei giorni più tardi sarebbe stata la nostra meta: Ushuaia.
Dovevamo dirigerci verso la cittadina argentina di El Bolson e, attraversando il magnifico Parco Nazionale "Los Alerces" dopo aver toccato il centro abitato di Trevelin, avremmo attraversato per la prima volta la Cordigliera delle Ande e avremmo fatto ingresso in Cile per il passo frontierizio di Futaleufù.
Purtroppo il sole cocente del primo giorno ci abbandonò quasi subito e la pioggia torrenziale scatenatasi il giorno seguente ci avrebbe ahimè accompagnati fino a Cohaiquie, proprio dove termina la Carretera Austral.
Il "Camino Longitudinal Austral" comincia dal graziosissimo centro cittadino di Futaleufù in territorio cileno e prende il nome dall'omonimo fiume molto apprezzato dai praticanti di kayak e canoa: fu inaugurato nel 1983 e si snoda tra boschi incantevoli, paesaggi incontaminati e agglomerati di case (impossibile definirli paesi) straordinariamente desolati e isolati dal resto del mondo.
La pioggia eterna che lavava il cammino donava alla Carretera l'immagine perfetta di solitudine assoluta. Le nuvole basse le davano un senso di abbandono totale: a parte i piccoli centri distanziati da non meno di 70 chilometri, gli unici indizi di vita umana potevano essere i minibus che passavano una sola volta al giorno o le piccole "estancie" abitate da contadini. Per il resto solo vacche vagabonde, ciclisti o autostoppisti solitari in cerca di un posticino dove accamparsi.La pioggia non cessava e le pietre appuntite erano un vero supplizio per le braccia: arrivava un momento in cui l'acqua sembrava attraversare tutto il corpo e le mani gelate si scaldavano solamente nei momenti in cui Mariano si fermava per porgerci una tazza di the bollente.
Era il quarto giorno e pareva l'ultimo: nessuno aveva più la forza di percorrere i 24 chilometri che mancavano per arrivare al centro più vicino e così aspettavamo bagnati come pulcini sotto un grande telone di nylon il ritorno di Mariano che era partito in bici alla ricerca di un riparo per la notte. "Un granaio!" - disse al suo ritorno dopo mezz'ora, inzuppato. Si trattava di una stalla della estancia "El Yunque" della famiglia Diosares. Era una capanna di legno con al suolo un materasso di letame calpestato ed un soppalco coperto di paglia secca: lo sconforto era generale ma bisognava convincerci che altre soluzioni non si potevano trovare, era tardi e pensare di poter montare la tenda era assolutamente impossibile. Quindi, un po' tristi e malinconici, cercavamo un posticino dove poterci cambiare, almeno per toglierci di dosso gli indumenti fradici, mentre Mariano, in un angolo del granaio, mescolava un enorme pentolone di polenta. Non poteva esserci un alimento migliore per ricaricarci di energie e farci riprendere dal freddo!
Le nove della sera, le sei della mattina, non c'è molta differenza nell'intensità della luce quando piove: uno si sveglia con lo stesso morale grigio di quando si era coricato. Dovevamo comunque riprendere il cammino, anche se diluviava, anche se le nostre articolazioni parevano aver bisogno di una lubrificata, anche se sembravamo dei cani bastonati che con le orecchie basse e lo sguardo malinconico avanzavano senza una meta. Acqua, acqua e ancora acqua, quel giorno, il seguente ed il giorno dopo ancora!! Se penso alla ripida discesa dal Passo della Morte mi sembra ancora di sentire un brivido ghiacciato che scorre nel mio corpo e mi fa venire la pelle d'oca: nessuno avrebbe mai creduto che la discesa sarebbe stata peggio della salita. Comunque sia, tutti arrivammo sani e salvi nel piccolissimo centro di Villa Amengual, che conta ben 100 abitanti! Qui fummo ospitati dalla municipalità che ci accolse calorosamente presso un posto sanitario rurale ed un circolo comunitario. Potevamo godere di un luogo asciutto, caldo e riparato e con un buon piatto di lenticchie per cena e un'abbondante colazione , anche la piogia incessante non sembrava più tanto grave, e di fatto non lo fu. Giunti a Cohiaique ci rendemmo conto immediatamente che ne eravamo finalmente fuori: avevamo appena attraversato una delle foreste più piovose del mondo!
Dopo aver ben riposato in un campeggio, riprendemmo sempre uniti la nostra lenta marcia, scortati dalle jeep di Mariano e Marcelo che, una davanti e una in coda al gruppo, erano ormai diventate parte di noi, due macchine animate che parevano trasmetterci energia, che volevano spingerci, che a volte sembravano un vero e proprio miraggio perchè sapevi che vederle ferme significava un attimo di riposo, accompagnato da una tazza di cioccolata calda e magari da un piatto fumante di tagliolini al pesto. Ci muovevamo in direzione Balmaceda e, dopo essere rientrati in Argentina spinti dal fortissimo vento che incontravamo per la prima volta, ci trovammo catapultati in un'arida, polverosa, infinita distesa priva di vegetazione: avevamo incrociato la mitica "ruta 40" e si apriva un nuovo capitolo del viaggio.

La Ruta National 40 si estende a mo' di spina dorsale nella Repubblica Argentina da nord a sud per un totale di 4667 chilometri offrendo un panorama completo di quasi tutti i paesaggi possibili: lunghi rettilinei asfaltati, pericolosi sterrati, salite, discese, deserto, pioggia, vento, neve e sole. Per dare un'idea della distanza, in Europa con gli stessi chilometri si potrebbe unire Milano e Capo Nord, Mosca e Gibilterra. Per noi, 35 burattini a pedali, "Ruta 40" significava deserto e il deserto , si sa, trasmette angoscia e solitudine. E' per questo motivo che unisce, perchè quando ti trovi nel bel mezzo del nulla ti rendi conto di aver bisogno del contatto con gli altri, di un sorriso, di compagnia.
Se al deserto unisci poi il vento che soffia quasi senza tregua giorno e notte, allora ti rendi ancora più conto di quanto l'unione faccia la forza, di quanto possa semplificarti la vita il pedalare uno fianco all'altro in quei lunghi, interminabili rettilinei. L'unico modo che avevamo per sfidare il vento era quello di stare il più uniti possibile e cercare di ripararci col compagno di fianco per evitare di essere sconfitti finendo in terra noi e il nostro cavallo di ferro....
Era un grossissimo problema montare le tende con quel vento incessante, eppure nel deserto non hai molte alternative, devi prendere ciò che viene e non dimenticarti che fa parte di un gioco a cui è inutile cercare di ribellarsi. Ci eravamo dentro da tre giorni e quella sera, dopo aver percorso i 140 km quotidiani Mariano, che come al solito ci precedeva per trovare un posto dove accampare, si fermò con la jeep in principio di una salita, sul lato sinistro della strada. Sembrava per un attimo che la fortuna ci avesse graziato, quel posto pareva essere riparato e nulla avrebbe fatto presagire che avremmo trascorso una notte terribile... Dopo circa un'ora dalla sosta e appena finito di montare le tende, il vento cominciò a soffiare con una forza tale da rovesciarci il tavolo dove avevamo appoggiato gli squisiti ravioli cucinati da Mariano: volò via di tutto, la notte il vento sradicò anche le tende e ci fu impossibile riposare, Il mattino seguente dovevamo ugualmente ripartire e così, con la mente per niente lucida dopo una notte passata in bianco ed il morale nuovamente a terra come sulla carretera Austral, riprendemmo il cammino verso El Calafate che sembrava per il momento essere soltanto un sogno irraggiungibile. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che la notte si sarebbe rivelata assai più dura di un'intera giornata trascorsa a pedalare.
Il giorno seguente il copione si ripeteva: vento e ancora vento, sempre e dovunque, incessante, penetrante, sbriciolante, che rarissimamente concede tregua, che quasi mai regala a chi si avventura per quelle terre spopolate più di qualche risicato minuto di tranquillità mentale. Soffia in prevalenza da ovest o nord-ovest, freddo, secco, frustrante, non risparmia nessuno, figuriamoci un tapino ciclista barcollante a cavallo di una bici che diviene un marchingegno ingovernabile quando le furie invisibili e sibilanti si scaraventano improvvise a rompere il già scarso equilibrio faticosamente mantenuto.
Laggiù tutto è primordiale, essenziale, selvaggio. In 700 chilometri che noi abbiamo percorso soltanto tre o quattro "paesini" di due case sbilenche fatte di assi sottili, con tetto in lamiera leggera distanti più di 130 chilometri uno dall'altro. Per il resto, le uniche forme di vita erano rappresentate dai pochi turisti diretti a El Chalten, dai guanachi e nandu in cors, dai simpatici armadilli: per poter abitare in questi luoghi "dimenticati da Dio" dove la colonnina di mercurio in inverno può toccare anche quaranta gradi sottozero sono necessarie doti non comuni di adattabilità alle più diverse e penose situazioni, grande forza spirituale, concentrazione, strenua passione per la natura, attaccamento alla vita, amore per i lati tenebrosi del cielo e della terra.
A raccontare i sette giorni di fatica nel deserto ci vorrebbe un intero volume di memorie allucinatorie, tale è stata l'intensità della prova, in tutti i suoi molteplici aspetti: per questo l'arrivo a El Calafate rappresentava per noi una sorta di liberazione, un emozionante e gioioso ritorno alla civiltà. Ci fermammo al cartello che precedeva il centro abitato a stappare una bottiglia di sidra (vino bianco dolce simile al nostro moscato) e poi, in gruppo, scortati cone sempre dalle solite jeep azzurre, attraversammo la cittadina suscitando lo stupore di tutti i visitatori che si accalcano come formiche impazzite in questo centro turistico che pare essere depositato lì, come un pacco postale, dalle onnipotenti agenzie di viaggio.
A El Calafate fummo ospitati un'altra volta dalla generosissima municipalità presso la palestra comunale dove potevamo usufruire di una specie di dormitorio, di spogliatori con docce calde e dove si poteva improvvisare una partita a basket tanto per sgranchirsi le gambe e fare un po' di movimento! Dal momento che il giorno dopo eravamo meritatamente in vacanza, quella sera si decise di cenare fuori presso un ristorantino tipico dove con pochissimi dollari potevamo mangiare fino a scoppiare!!
Il giorno di sosta venne dedicato all'escursione al famoso ghiacciaio "Perito Moreno", che si getta con un fronte di 4 km ed una lunghezza totale di 14 km nelle azzurrissime e gelide acque del Lago Argentino. Lo spettacolo è davvero unico, emozionante, da non potersi descrivere con i soliti, banali aggettivi. Tutti i turisti, ma proprio tutti, vengono qui e ne hanno, per una volta, ragione.
La mattina successiva ripartiamo dirigendoci verso il confine cileno, si viaggiava su gelidi altopiani piallati dal vento con bassa vegetazione e paesaggi molto simili a quelli del deserto. Rientravamo nuovamente in Cile prima di Cerro Castillo e in questo piccolo paesello di frontiera ci accampammo per la notte, dopo aver assistito ad un divertente, e per noi del tutto insolito, rodeo tipico. Il giorno seguente, per una via stupenda fra i monti, dopo aver visitato la grotta del Milodonte, approdammo a Puerto Natales, bel paesone ai bordi di un fiordo che rientra nel Pacifico, circondato da picchi innevati e desolazione strappalacrime. Qui, a parte i pochi essere umani, è tutto selvaggio e primordiale, quasi intoccato, e anche gli uomini hanno facce antiche, scavate, provate dal freddo, vento e salsedine: trovammo sistemazione in 3 case di famiglia, e per cena gustammo dell'ottimo salmone del Pacifico.

Il giorno seguente fu la volta della seconda, meritatissima pausa: alcuni si recarono a visitare le Torri del Paine nell'omonimo Parco Nazionale, altri preferirono una navigazione fra i fiordi e i ghiacciai, altri ancora una emozionante cavalcata insieme a Luis, vero gaucho cileno che quella stessa sera ci preparò, insieme all'adorabile moglie Bertilla, un indimenticabile asado di cordero nel suo fantastico rancho.
Si riparte! Ancora due lunghe tappe nel nulla, ed eccoci al famoso stretto di Magellano, "Estrecho". E' larghissimo, tumultuoso, pulito: incute rispetto e sgomento, come sempre la natura in Patagonia impone con il suo bagaglio di elementi scatenanti. Punta Arenas è l'unica vera città che incontreremo lungo l'itinerario, con robuste attività industriali, un grande porto petrolifero, commerci e - ahimè - tantissimo caos tipico della civiltà a noi ben nota. E, come se non bastasse, vento fortissimo e perenne che noi potemmo constatare personalmente, visto che al nostro ingresso in città soffiava lateralmente ad oltre 120 chilometri orari: le donne e i più leggeri del nostro gruppo rischiarono veramente grosso...
Dopo aver trascorso la notte presso una scuola che ci mise a disposizione i suoi dormitori con docce bollenti, attraversammo lo Stretto, con i delfini che giocavano saltando a fianco della instabile imbarcazione che ci portava nell'isola grande della Tierra del Fuego, la maggiore di un arcipelago con migliaia di isole, di cui solo tre abitate. Si cominciava ad avere chiara la sensazione di essere ad un passo dalla "fine del mondo" e non era soltanto una romantica impressione o suggestione. Pedalavamo a fianco dello Stretto di Magellano, memori dei racconti del grande navigatore che veleggiava stupendosi dei fuochi indigeni a cui deve il nome di questa terra, e per una volta il vento ci fu amico, spingendoci in direzione di San Sebastian. Quella sera Mariano, che come al solito ci precedeva per trovare una sistemazione per la notte, tornò indietro per mostrarci la deviazione da seguire: avremmo devutospostarci di 4 chilometri dalla strada principale, ma ne valse veramente la pena. Si trattava della più antica estancia della Terra del Fuoco, era un cascinone bianco e rosso purtroppo completamente abbandonato ma davvero bello ed affascinante. Ci accampammo tutt'intorno e la sera, dopo aver mangiato le lenticchie cucinate da Mariano dietro al suo mitico "cacharro" (carretto) accendemmo il grande camino della estancia abbandonata e preparammo sul fuocherello scoppiettante un ottimo vin brulè. Fuori, vicino allo steccato, un asse di legno recava la seguente scritta: "como lo han echo nuestro guerieros, siempre" (tradotto: come lo hanno sempre fatto i nostri guerrieri). Dal momento che non poteva esserci frase più azzeccata decidemmo di attaccare l'asse al bagagliaio della jeep e portarlo con noi sino ad Ushuaia, per sentirci ancora più conquistatori.
Al posto di frontiera di San Sebastian varcammo per l'ultima volta il confine con l'Argentina, costeggiando un Atlantico inondato di vento e di sole: dopo la cittadina di Rio Grande, pulita e recentissima, colorata ed operosa, cominciammo a trovare qualche segno di vegetazione degno di tal nome: alberi contorti e timidi, cespugli più alti, qualche indizio di montagne boscose, tutte cose che ci riportarono alla mente Cohiaique e dintorni. Passammo fra greggi immensi di pecore, guanachi leggeri e curiosi, qualche strampalato nandu, rapaci di ogni genere, pappagallini verdi e blu, fieri gauchos che rincorrevano cavalli bradi e ovini in libertà per pascoli estesi quanto intere nostre provincie, tutti rigorosamente recintati con robusto filo spinato (alambre). Su tutto e tutti, il cielo cangiante, il vento inesausto, il freddo che aumenta. Grandi laghi deserti e scuri: Fagnano, Escondido....
Il Passo Garibaldi, ultimo vero baluardo da superare sulla via per Ushuaia. Oltre il colle, faticosissimo ma stupendo, il paesaggio ed il clima subiscono l'ennesima, brusca sterzata: fitte foreste, ghiacciai ad altezze di 6-700 metri, torbiere rossicce, folate di vento gelido da sud-ovest: da qui in poi sentimmo in faccia il respiro del Mar Glaciale Antartico e ci rendemmo conto che Ushuaia non poteva che essere dietro l'angolo. Eccola infatti, la baia sognata da 26 giorni, sospirata più di un caffè caldo o una pagnotta imbottita: luminosa, distesa lungo il Canale Beagle, con il ghiacciaio Martial alle spalle e, oltre il canale, la Cordigliera Darwin, in terra cilena, coperta di ghiacci perenni.
Entrammo in città tutti uniti, ci precedeva il cacharro di Mariano con tanto di scritta sul legno e bandiere argentina ed italiana, cantando a squarciagola l'inno di Mameli: una volta giunti davanti al cartello USHUAIA, che rappresentava simbolicamente la nostra meta, pochi di noi seppero trattenere le lacrime. A scendere, più o meno urlacchianti e rintronati, sporchi e con le occhiaie, fino al caotico Far West della città più a sud del mondo, eravamo proprio noi, una sgangherata truppa di 35 superstiti ciclisti, 28 uomini e 7 donne che, da adesso in poi, saranno liberi di gustarsi come meglio crederanno il meritato premio di tanta fatica.
Annalisa Diaferia
Ecco tutti i nomi dei partecipanti alla spedizione:
Claudia Mast
Anna Anselmetto
Paola Salasco
Rita Cerrato
Cristina Ravaglia
Sandra Pani
Annalisa Diaferia
Fredreric Mast
Roberto Petterino
Giovanni Carletto
Cristiano Cavalli
Nicola Campagnolo
Stefano Manni
Valerio Falcinella
Lorenzo Della Bella
Maurizio Pederzoli
Piero Del Prato
Giancarlo Ventrucci
Graziano Murtas
Marco Buratti
Roberto Tabacco
Mario Vottero
Paolo Giraudo
Lino Fazio
Gianni Massai
Simone Gai
Gabriele Moretti
Gabriele Olivi
Gianluca Giusti
Luciano Guidetti
Albino Magnelli
Alessandro Faccincani
Nico Valsesia
Carletto Germanetto
Claudio Vittone
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