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IL MITICO VIAGGIO DELLA BIKEADVENTURES
LHASA KATMANDU
ED IL TREKKING AL CAMPO BASE DELL'EVEREST!!!

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DIARIO DI VIAGGIO



Un Tibet a pedali, un Nepal con lo zaino a spalle. Trenta giorni di viaggio da provare a raccontare sulla scia dei ricordi e sulla traccia degli appunti, evocando così, magari un poco alla rinfusa, immagini, pensieri, impressioni, suoni e silenzi…

Il caos allegro e coinvolgente di Kathmandu, capitale nepalese in cui suonare il clacson pare davvero essere lo sport preferito, in cui tutte le attività sembrano svolgersi sull’uscio di casa e dove tutto ha il sapore di un miscuglio in cui la tanta povertà e la poca ricchezza o i diversi luoghi di culto spesso non trovano neppure a livello spaziale una separazione netta.

Lhasa, l’ex capitale del Tibet, e il fascino del Potala, l’antica residenza del Dalai Lama, imponente e silenzioso simbolo di un potere politico usurpato ed esiliato, con quella grande e orribile piazza voluta dal governo cinese proprio ai piedi del palazzo più venerato dai tibetani. I 1000 km. a cavallo di una bici da Lhasa a Kathmandu sulla famosa Friendship Highgway, attraverso villaggi, piccole città, spazi aperti, altopiani e passi, con il contorno costante delle cime più alte del mondo. I 5220 metri del Gyatso-La Pass e la soddisfazione di averlo raggiunto pedalando, il mal di testa dei primi giorni, quando i conti con la quota elevata sono ancora tutti da saldare e in cui anche a dormire si fa una certa fatica. Tutta quella polvere mangiata sulle strade sterrate e che, dopo giorni in cui una buona doccia rimane un miraggio, si fa sempre più visibile anche sui nostri volti. Gyantse e Shigatse, cittadine ricche di fascino, religione e storia, rari centri tibetani di una certa rilevanza in un contesto in cui incrociare un agglomerato di case non è nemmeno così frequente..Le nostre guide cinesi, obbligatorie per chiunque voglia muoversi in gruppo attraverso il territorio tibetano, e il loro fare non poco “mafioso”, il viaggio da incubo sul cassone del nostro camion di assistenza per raggiungere Rongbuk e vedere finalmente l’Everest. Realizzare così il sogno di arrivare proprio lì, ai piedi del tetto del mondo.

Il moba, sorta di pallina di mollica di pane, l’alimento più gettonato dei nostri pasti, con quella sua propensione a divenire spesso l’incubo del nostro apparato digerente. Le notti in tenda, specie quella passata ai piedi del Lalung-La Pass (4990 mt.), in cui la colonnina del termometro arriva a sfiorare i –20 e il sacco a pelo si risveglia ricoperto di simpatici ghiaccioli… Chissà cosa vuol dire dormire a 8000 metri! Il brutto tempo mai capace durante tutto l’arco del viaggio di prendere il posto del sole, la luna piena e quelle stelle così vicine e così numerose.

Camminare e pedalare in gruppo e conoscere più a fondo i tuoi compagni di viaggio, farlo da soli e lasciare spazio a pensieri che ti portano lontano e ti fanno sentire spesso vicino anche chi più non può esserlo.

L’ingorgo che con le nostre bici contribuiamo a creare a Zhangmu e Kodari, le cittadine poste sul confine tra la Cina tibetana e il Nepal. I bambini che spesso ti aspettano sulla strada per sorriderti e “salutarti con il cinque”, ma che talvolta non disdegnano nemmeno di tirarti dietro qualche sasso. Con mira neppure malvagia. L’emozione provata nel lasciare per una mezza giornata la bici per provare a correre un poco su quello splendido altopiano a 4300 metri nei pressi di Tingri. Le barzellette di Guido e la tosse costante di Sonia e Roberto, la delusione di Nico nel dover spesso giocoforza rinunciare a pedalare, il ritorno a Katmandu di 35 persone armate di bici e di urla in mezzo al traffico della capitale . Il piccolo aeroplano per Lukla, quella pista cortissima su cui atterri in salita e parti in discesa, gli oltre 100 Km. percorsi pedibus calcantibus nella Valle del Khumbu, attraverso sentieri che paiono autostrade e che ti conducono sino ai 5550 metri del Kala Patthar. Rivedere da questa platea privilegiata l’Everest e toccare quasi con mano che il Chomolungma dei tibetani corrisponde davvero al Sagarmatha dei nepalesi..

Gli sherpa e i portatori in genere, i chilometri che quotidianamente percorrono sui loro sentieri con pesi che spesso non tengono nemmeno conto del sesso o della giovanissima età di chi sta lì sotto. L’Ama Dablam, il Pumo Ri, il Nuptse: montagne mitiche e stupende da cui più non riesci a staccare gli occhi, i ponti sospesi e “ballerini”, il monastero di Tengboche, le mille attività di Namche Bazar, l’Everest Friendship Skyrace, la gara di corsa in montagna dominata dai nepalesi e che chi scrive, alle prese con soste obbligate ma non convenzionali dietro provvidenziali sassi, non riesce nemmeno a concludere… I chili persi nella tratta in bici e quelli presto ritrovati anche grazie alla fornitissima pasticceria di Namche.

35 i partecipanti al raid in bici

24 coloro che hanno partecipato anche al trekking

940 circa i Km. pedalati

8000 i metri di dislivello complessivo fatto in bici

12 le tappe in bici

5220 i metri di altitudine del passo più alto, il Gyatso-La

4 i passi oltre i 5000 mt.

6 i giorni del trekking

130 i Km. percorsi camminando

5550 i metri del Kala Patthar .......

Ma andiamo con ordine, e cominciamo dal nostro arrivo a LHASA.......................

Lhasa
Sino agli inizi degli anni ‘50 era la capitale del Tibet, oggi è il capoluogo di una provincia cinese che ha forse ormai rinunciato all’indipendenza e all’autogoverno, ma che per bocca del suo più famoso cittadino in esilio, il Dalai Lama, continua almeno a sperare in una certa autonomia da Pechino. C’è probabilmente riassunta buona parte della tragedia tibetana, in quella grande piazza ubicata ai piedi del Potala, il palazzo bianco e rosso che del potere politico e religioso del Tibet per secoli ha rappresentato la sede. Come stridono quel monumento al popolo cinese, quelle bandiere rosse sulle impalcature dell’ala del palazzo in fase di ristrutturazione, quel piccolo aereo da guerra con ciò che ancora rappresenta per i Tibetani l’ex residenza del Dalai Lama. Solamente nel corso degli anni ’80, il Tibet è tornato ad aprirsi agli occhi del mondo: oggi non è sicuramente più tempo di “rivoluzione culturale”, di massacri o di distruzione di monasteri. Ma i cinesi che emigrano in Tibet continuano intanto ad aumentare e le chinatown ad allargarsi all’interno delle cittadine tibetane… Posta su di un ampio altopiano a 3600 metri, Lhasa conta circa 200.000 abitanti, con una netta separazione del quartiere cinese, in cui sono radunate un po’ tutte le attività economiche della città, da quello tibetano, costruito attorno allo Jokhang, l’edificio sacro più venerato dell’intero Tibet, e al Barkhor, il frequentatissimo circuito di pellegrinaggio che circonda lo Jokhang.

La Frienship Higway
E’ l’unica, famosa, via di collegamento stradale tra Lhasa e Kathmandu, la cui manutenzione sembra dare lavoro a buona parte degli abitanti dei villaggi più piccoli ed isolati. Mille chilometri circa, in gran parte sterrati, percorsi da ogni tipo di mezzo e, negli ultimi anni, anche da molti turisti, in fuoristrada o…a cavallo di una bici.

03/11/2003 – lunedì- da Lhasa a Gompa

Si comincia a pedalare… Lasciamo Lhasa nella tarda mattinata: la sosta nella piazza sottostante al Potala che doveva durare solo il tempo di una foto si protrae infatti per un paio d’ore. Problemi tecnici ad un paio di bici, ci regalano anche qualche momento di notorietà, grazie alle telecamere di un paio di televisioni locali. La prima tappa è interamente pianeggiante e quasi tutta asfaltata: una novantina di chilometri sino ai piedi del primo passo che ci attenderà l’indomani. Il primo tratto ci consente, tra le tante cose, di capire che Milena, infermiera di Gallarate, non è specializzata nel rifornimento volante: il mandarino che le viene sporto lo acchiappa al volo, ma stende anche un paio di noi fermi sul posto… Non fosse per la difficoltà a respirare, davvero non sembrerebbe di essere a 3600 metri di altitudine… incrociamo villaggi, con tanti bambini a salutarci sulla strada, ma il traffico non manca e il paesaggio somiglia quasi più alla campagna torinese che non all’idea che ognuno di noi si era forse fatto del mitico Tibet…

04/11/2003 – martedì – da Gompa a Yasik

Arrivare all’altezza del Monte Bianco: è uno dei pensieri che mi accompagna durante la lunga ascesa verso il Khamba-La, il primo grande passo incrociato nel nostro itinerario lungo la Friendship Higway. La strada, sterrata, non è ripidissima, ma piuttosto trafficata: cominciamo a capire che pullman, camion e fuoristrada non sono abituati a rallentare per fare magari ingoiare un po’ meno polvere a chi conduce un piccolo carro, cammina o…pedala… Salutiamo un paio di agglomerati di case e iniziamo a comprendere quanto possa essere faticoso arrivare sino a 4800 metri: l’ultimo rettilineo pare non finire mai! Dal Khamba-La la vista è stupenda: laggiù, in basso, il grande lago di Nakartse, tutt’intorno montagne e poi ancora montagne, con le prime cime a 7000 metri che in fondo, sulla destra, cominciano a fare capolino… La discesa e il lungo pianoro che costeggia il lago non riesco, a dire il vero, a godermeli al meglio. Il mal di testa che viene a visitare molti fra noi ci ricorda infatti, se ancora ne avessimo bisogno, che con la quota non bisogna affatto scherzare… e anche dormire, a queste altitudini, può risultare più difficile del normale…

05/11/2003 – mercoledì – da Yasik a Gobsi

Le puoi veder sventolare attorno ai templi, sui ponti, sulle cime, sui passi: gialle, rosse, blu, verdi, legate tra loro, sono le bandierine con le preghiere care al buddismo tibetano. Anche sul Karo-La, il nostro primo valico oltre i 5000 metri, non mancano. Ma lo sguardo - a dire il vero nemmeno dei più lucidi al termine della salita – è questa volta rapito dalle creste innevate che si fanno ormai più vicine e più numerose. Sui due fuoristrada che insieme ad un camion costituiscono i nostri mezzi di assistenza, oggi son saliti in tanti: la quota si fa sentire, qualcuno prova persino l’ebbrezza di un soggiorno in camera iperbarica… Piazzare il campo in prossimità del piccolo villaggio di Gobsi non è stata una grandissima idea: i tibetani non brillano per osservazione della privacy, intere famiglie escono dalle loro basse case con i tetti in terra battuta per non perdersi i nostri movimenti. Ma se manca la tv, un gruppo di occidentali che si lavano nel ruscello o che montano le loro tende, può divenire più interessante di mille veline… E poi siamo noi gli “invasori” di uno spazio loro, loro quelli cui può tornare molto utile anche un poco del cibo che noi avanziamo… E non è una bella sensazione quella di sentirsi ricco in mezzo a gente cui non difettano povertà ed allegria…

06/11/2003 – giovedì – da Gobsi a Gyantse

Un tempo era un importante centro di collegamento con l’India, oggi la cittadina di Gyantse è famosa per il suo monastero e il suo forte, ma soprattutto per il suo kumbum.

Kumbum nella lingua dei tibetani significa “100.000 immagini” e sta a designare il tipo più elaborato degli stupa (o chorten), l’edificio “principe” dell’architettura buddista tibetana, dalla forte valenza simbolica e solitamente caratterizzato da quattro piani sormontati da una cupola spesso dorata. Puntiamo allora su quest’ultimo, da più parti definito come il più bello stupa dell’intero Tibet: qualcuno, armato della sua Lonely Planet si erge a novello Cicerone e spiega agli altri i dettagli delle varie stanze o di ciò che di esse rimane. Peccato che, una volta in cima all’edificio, dopo lunghissime scalinate, scopriamo di aver visitato il forte, mentre il vero kumbum si spalanca ai nostri occhi in tutta la sua bellezza poco più oltre, addossato sulla collina successiva. Peccato anche che quel qualcuno altri non fosse che il sottoscritto… Dall’alto del forte possiamo comunque cogliere la netta separazione del quartiere tibetano da quello cinese che già avevamo riscontrato a Lhasa, vedere enormi immagini di Mao campeggiare davanti alle due scuole e scorgere persino una pista di atletica in terra battuta (allenarsi a 3900 metri…)…

07/11/2003 – venerdì – da Gyantse a Chumik

Giornata proficua sotto il profilo del chilometraggio: nell’arco della mattinata, complice la strada asfaltata e pianeggiante, arriviamo a Shigatse. La seconda città del Tibet per importanza avrebbe molto probabilmente meritato una sosta più prolungata, ma siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia e procediamo oltre per una trentina di chilometri. I paesaggi che via via ci si offrono si fanno – a detta dei tanti fra noi che quella zona del Sud America l’hanno vista davvero - sempre più “patagonici”: spazi aperti e desertici, montagne sabbiose ed erose da un vento probabilmente simile a quello che anche oggi ci soffia in faccia con una certa veemenza. Avere delle guide – cinesi, si intende… – è obbligatorio per chiunque voglia muoversi in gruppo in territorio tibetano: man mano che passano i giorni scopriamo però quanto difficile possa essere relazionarsi con il loro diverso orizzonte di idee…

08/11/2003 – sabato – da Chumik a Resa

Giornataccia, ciclisticamente parlando: vento in faccia per tutto il giorno, mentre la strada torna poco alla volta a salire e le montagne a riguadagnare in altezza e consistenza: doppiamo lo Tso-La e i suoi 4500 metri, mentre il nostro stomaco fa la prima conoscenza con il moba, una specie di pallina di mollica di pane che ci ritroveremo spesso a mangiare: neppur malvagia, ma un poco difficoltosa da digerire… In ogni caso un diversivo dal solito riso che, specie alla sera, ci propina Mek, il non abilissimo cuoco nepalese incaricato di provvedere alla cucina da campo… Piazziamo le tende poco oltre il piccolo monumento che affianca ed enfatizza la pietra miliare che segnala i 5000 km. di distanza da Pechino. Proprio sotto una rocca che ci ripara dal vento (ma la mattina dal sole…) e su cui trovano spazio un piccolo monastero e un tempietto: attorno al primo una piccola fila di ruote con all’interno i mantra di preghiere, in prossimità del secondo le solite strisce di bandierine, che in quel vento a noi così odioso trovano invece un ottimo motore per assecondare l’esigenza di una preghiera in perenne movimento.

09/11/2003 – domenica – da Resa a Mangaphu

E’ sempre piuttosto dura, la mattina, uscire dal sacco a pelo: il caldo non è mai propriamente di casa e sapere che insieme al thè spesso ci attendono improbabili biscotti al burro di yak o al gusto di ananas non è che invogli più di tanto ad avventurarsi fuori dalla tenda… Il Tropu-La che affrontiamo ad inizio giornata si rivela un po’ meno alto dei 4950 metri segnalati sulle cartine, ma non è scoperta spiacevole. Molto meno piacevole è invece scoprire che ogni tanto, specie se in gruppo, i ragazzini tibetani si divertono a sostituire il classico cinque di saluto con un vero e proprio tiro di sassi al bersaglio…pedalante. Meno piacevole ancora scoprire che spesso non difettano neppure di mira. “Gagnu dispetus” a parte, i tibetani si dimostrano invece piuttosto ospitali, anche se il nostro rapporto con loro risulta sempre giocoforza filtrato dalle guide cinesi, nei cui confronti specie gli abitanti dei villaggi più piccoli - per lo più impiegati nell’allevamento o nella manutenzione della strada - paiono spesso nutrire un timore quasi reverenziale…

10/11/2003 – lunedì – da Mangaphu a Tingri

Che più non mi si dica, sulla scorta di quel detto piemontese, che in discesa tutti i santi aiutano! Quando parti al mattino con freddo e vento contrario per puntare sul Gyatso-La e i suoi 5220 metri (la Cima Coppi del nostro viaggio), certo non ti aspetti che la successiva discesa possa rivelarsi più dura della salita, non fosse altro che per ragioni di giustizia… Invece, gira il vento e la strada si fa davvero sconnessa: se non pedali non ti muovi… Proprio dalla cima del Gyatso-la ha inizio il Parco Nazionale dell’Everest, che qui in Tibet chiamano Chomolangma, nome che così come il Sagarmatha dei nepalesi sta a significare qualcosa come “dea madre dell’universo”. E finalmente, a metà della discesa, riusciamo a soddisfare un desiderio che giorno dopo giorno era andato facendosi più pressante: vedere la cima più alta del mondo. E’ ancora lontana, ma l’emozione è comunque forte…

11/11/2003 - martedì

Seduto su un sasso poco oltre il monastero di Rongbuk, guardo avanti e non riesco a staccare gli occhi dall’Everest…

A Rongbuk (4900 mt.) non siamo arrivati a cavallo delle nostre bici, come prevedevamo di fare, ma arrivarci è comunque stata una discreta impresa. Se qualcuno un giorno vi proponesse di partire da Tingri per raggiungere il monastero posto sotto il campo base sul cassone di un camion, mi raccomando, rifiutate! E pensare che eravamo pure arrivati ad assecondare l’ennesima esosa ed ingiustificata richiesta economica delle guide cinesi… il peggior viaggio della mia vita! Avrò pur vagato poco per il mondo, ma quei 60 Km. su quelle strade sterrate e strette con frequenti precipizi a lato sono probabilmente stati i più duri dell’intero viaggio…

Vedere l’Everest…:ne senti parlare sin da bambino e ora te lo ritrovi lì, a due passi…o quasi…, in una splendida giornata, senza che la più piccola nuvola riesca a nascondere almeno un piccolo tratto della sua imponente e maestosa parete nord…

12/11/2003 – mercoledì – da Tingri a Menkaph

Correre a 4300 metri, su un altopiano che pare non avere fine, mentre alla tua destra Makalu, Everest, Cho Oyu ed altre cime che altrove non si potrebbero definire minori, ti guardano in lontananza… Poco importa, allora che il fuoristrada su cui devi risalire proceda oltre il previsto e che tuo fratello, con macchina fotografica al seguito, tardi a raggiungerti perché impegnato in evoluzioni su roccette che – a dire il vero – paiono essere state create proprio per la gioia dei bikers… Ad ognuno il suo divertimento quotidiano…

13/11/2003 – giovedì – da Menkaph a Nyalam

Non avrei mai pensato di svegliarmi al mattino e vedere disegnati sui “rasta” di Carletto dei lunghi ghiaccioli… Più o meno gli stessi che lui poteva nel frattempo scorgere sul cappuccio del mio sacco a pelo…Il La Lung-La e il Tong-La sono gli ultimi due grandi passi posti sulla Friendship Higway prima della lunga discesa verso Kathmandu: vicini tra loro, superano entrambi i 5000 metri e dalla loro cima riusciamo anche a scorgere il Shisapangma, che con i suoi 8013 metri è il più basso – termine quanto mai improprio…- dei quattordici ottomila, l’unico interamente compreso nel territorio tibetano. Nonostante il “down- down” con cui le guide ci descrivono la strada si riveli spesso e volentieri condito da ripidi “up”, in serata arriviamo a Nyalam, paesello a 3700 metri che ricorda, chissà perché, quegli abitati che incroci salendo dalla Liguria verso il colle di Tenda. E se le docce continuano a scarseggiare, anche lavarsi in un catino, alla moda dell’Ottocento, può essere foriero di inaspettate soddisfazioni… Rimane il problema dei capelli, su cui davvero Piero Angela potrebbe ormai fare interessanti puntate di Quark: è battuta rubata a Guido, il “barzellettiere ufficiale” della spedizione, particolarmente sfruttato al calar della sera, sotto il tendone, per ingannare l’attesa dell’agognata tazza di cioccolata…

14/11/2003 – venerdì – da Nyalam a Barabise

Da Nyalam il “down-down” si fa finalmente reale: arriviamo a Zhangmu (2300 mt.), cittadina che sancisce il nostro saluto alla Cina tibetana, e poi a Kodari (1800 mt.), paesone che ci riporta in terra nepalese. Il rigore dei cinesi a confronto con l’agire caotico, ma più allegro dei nepalesi: passare il confine può rivelarsi un’esperienza interessante e anche divertente, così come aspettare la lenta risoluzione dell’ingorgo che avevamo contribuito a creare pochi metri prima sul Friendship Bridge. Noi, le nostre bici e le nostre sacche in mezzo a camion, macchine, bancarelle, carretti, gente in piedi o seduta, ferma o in movimento… La stretta valle che scende da Nyalam segna il ritorno della vegetazione: tante cascate, tanto verde… Come sono differenti i silenziosi villaggi tibetani da quelli che incrociamo numerosi e chiassosi quando dopo Kodari la valle un poco torna ad aprirsi: tutte le attività paiono svolgersi sulla strada, dalla doccia alla battitura del grano, dalla vendita al gioco. Tornano colori e suoni e tutto pare assumere toni più allegri… A Barabise, dove arriviamo nel tardo pomeriggio, ci ritroviamo a cenare in un posticino che ancor mi domando come non possa trovar posto sulle guide Michelin, e viviamo per la prima volta l’esperienza del coprifuoco. Da metà degli anni novanta è infatti in atto in diverse regioni del Nepal la cosiddetta “rivolta dei maoisti” che si oppongono con la guerriglia alla monarchia costituzionale hindu che governa lo stato himalayano: una guerriglia che non ha mai coinvolto turisti, ma che ha spesso portato ad una repressione violenta e ad un numero di vittime ormai ampiamente superiore alle mille unità.

15/11/2003 – sabato – da Barabise a Katmandu

Il grande sfruttamento del terreno a fini agricoli si fa via via più evidente man mano che ci avviciniamo alla periferia della capitale: non c’è un centimetro di terra lasciato incolto. Sui continui saliscendi della tappa odierna, fra vegetazione florida e centri che si fanno poco alla volta più grandi, abbiamo modo di trovare anche numerosi posti di blocco: i turisti passano, i nepalesi vengono fatti scendere dai loro mezzi e perquisiti a fondo. A Kathmandu arriviamo nel primo pomeriggio, ed immettersi con le nostre bici fra le trafficate vie della capitale si rivela alla fine uno dei momenti più divertenti dell’intero viaggio… E anche Nico può finalmente godersi la sua pedalata, dopo giorni in cui l’impegno organizzativo aveva forzatamente prevalso sui chilometri percorsi in bicicletta.

Kathmandu

Per comprendere a fondo Kathmandu, per cogliere anche soltanto qualcuna delle sue tante anime non possono sicuramente bastare i cinque-sei giorni da noi trascorsi nella capitale nepalese, per lo più passati a preparare i vari spostamenti interni… Resta comunque l’impressione di una città colorata, caotica, con un tasso di inquinamento elevato, in cui le case più ricche possono spuntare in mezzo alle catapecchie più fatiscenti e negozietti ricavati in spazi impensabili confinare con alberghi di lusso. E’ città impregnata di religione e spiritualità, in cui hinduismo e buddhismo risultano spesso talmente mischiati tra loro da condividere anche gli spazi dedicati al culto: è il caso dei numerosi templi e delle statue di Durbar Square (cuore della Kathmandu antica) o dello Swayambhunath, il cosiddetto tempio delle scimmie, in cui macachi e vacche sacre agli induisti trovano modo di coesistere, così come l’architettura delle due diverse religioni. E’ città in cui risiede la famiglia reale, ma in cui regna anche e soprattutto tanta povertà. E’ città in cui farsi rapire dai colori delle bancarelle che intasano le vie più strette, o da quelli delle vesti delle donne o dei santoni che incroci camminando per la città. E’ città di circa 500.000 abitanti che, nel cuore dei turisti, ha oggi sostituito la Freak Street cara ai figli dei fiori degli anni ‘70 con il quartiere di Thamel, quello in cui fare acquisti a prezzi assai convenienti e in cui schivare in continuazione carretti, taxi, moto, biciclette e risciò: mezzi differenti, ma con clacson o campanelli perennemente in azione. Tanto da farti pensare che se solo ne avessero uno anche loro, lo suonerebbero pure i pedoni…

16/11/2003 - domenica

E’ giorno di riposo per noi oggi a Kathmandu, ma è soprattutto giorno triste per chi oggi scopre che un amico e compagno di mille gare qualche giorno fa ha perso la sua ultima sfida con quel male impietoso che da anni lo minava senza peraltro mai smorzarne forza e sorriso. Ciao, Mauro… e come si adatta bene a te oggi, qui fra queste montagne, quella frase di Alce Nero, indiano Sioux, che un giorno disse di un amico scomparso: “Non importa dove è il suo corpo, perché è erba. Ma dove giace il suo spirito, lì sarebbe bello stare…”.

!7/11/2003 – lunedì

A Lukla (2800 metri) ci si arriva a piedi o in aereo: qualche giorno di cammino da Jiri, che dalla capitale dista un centinaio di chilometri, o una trentina di minuti su piccoli aeroplani come quello su cui anche noi saliamo e che riescono ad ospitare una ventina scarsa di passeggeri. Sulla corta pista di Lukla, asfaltata di recente, velivoli più grandi non riuscirebbero ad atterrare… Biciclette a riposare a Kathmandu, ora si tratta di camminare. Sono diciassette i chilometri che separano Lukla da Namche Bazar (3480 metri): circa sei ore su di un sentiero largo ed agevole (caratteristiche che rimarranno tali sino ai piedi dell’Everest), con tantissimi lodge a disposizione per mangiare e dormire, e con diversi ponti sospesi sul fiume Dudh Kosi da attraversare: via via più alti, in ferro o in legno, ma con la stessa propensione ad ondeggiare. Basta assecondarne il ritmo…

18/11/2003 - martedì

Il piccolo villaggio di Thame è situato in una valletta laterale e non dista molto da Namche: lì è posto il traguardo dell’Everest Friendship Skyrunning, organizzata dal valsusino Federico Acquarone, lì si trova la scuola che i proventi della gara intenderebbero finanziare. Vincono due giovani nepalesi, con il re delle skyrunning nostrane, il bergamasco Mario Poletti, al terzo posto. Scuola e traguardo, però, lì vedrò solamente più tardi…in fotografia: galeotto fu il mio intestino capriccioso…

19/11/2003 - mercoledì

E’ a ragione considerata una delle montagne più belle del mondo: ti appare appena esci dall’abitato di Namche e ti accompagna per diversi chilometri, sino a quando il sentiero sceglie con decisione la destra orografica della valle per puntare verso il ghiacciaio del Khumbu, che poi conduce sino al campo base dell’Everest. Ma il tratto di sentiero che porta verso Tengboche (3860 metri) non ti consente solamente di conoscere ed ammirare il mitico Ama Dablam (6856 metri). Numerosi sono i piccoli stupa che incrociamo sulla nostra strada e una volta giunti sul piccolo pianoro di Tengboche anche l’Everest e i due Lhotse smettono di nascondersi… Poco dopo Pangboche (3930 metri) anche la vegetazione, ancora ricca a quote per noi inusuali, comincia a scemare ed è ormai quasi sera quando arriviamo a Dughla (4620 metri). Una sera che diventa presto notte, regalandoci un cielo rischiarato da mille stelle, che a queste altezze davvero sembrano più vicine e più numerose. Uno spettacolo spesso ammirato anche in Tibet, dove per diverse notti anche la luna piena ci aveva fatto compagnia…

20/11/2003 - giovedì

Come pare diverso il Sagarmatha nepalese dal Chomolangma tibetano che incuteva rispetto da Rongbuk… Immerso fra mille altre cime il primo, con quel Nuptse che per uno scherzo della prospettiva pare addirittura svettare più in alto. Maestoso e superbo, senza altre cime intorno a metterne in dubbio il primato, il secondo… Eppure sempre di Everest stiamo parlando… Ghiacciaio del Khumbu, campo base, Ice Fall, Colle Sud, Lhotse, Everest, Nuptse, Pumo Ri: nomi leggendari che sei abituato a leggere su libri e riviste, e che ora assumono incredibilmente concretezza sotto i tuoi occhi, che non ti sembrano grandi abbastanza per cogliere appieno lo straordinario spettacolo che ti offre la cima del Kala Patthar (5550 metri)…

21/11/2003 - venerdì

Il cammino a ritroso ci permette di recuperare scorci e particolari che la fatica del salire ci aveva forse un poco nascosto. Nella giornata di ieri, scendendo dal Kala Patthar verso Pheriche (4240 metri), tra Gorak Shep e Lobuche, ultimi piccoli centri che incontra anche chi punta verso il campo base dell’Everest, spazio aveva trovato una piccola visita alla famosa piramide del C.N.R., centro di ricerca scientifica in quota, frutto della collaborazione Italia-Nepal. Oggi può essere invece l’occasione per vedere l’attrezzatissimo centro medico di Periche, davanti al quale fa la sua bella mostra la piccola piramide con i nomi dei tanti alpinisti periti nel tentativo di conquistare il tetto del mondo. Per scorgere le tante ruote di preghiera messe in moto dall’acqua o per visitare meglio il monastero di Tengboche. Completamente ristrutturato negli anni ’90, ospita parecchi monaci, molti dei quali in giovane età. Assistere ad una loro cerimonia religiosa può essere davvero bello e interessante: i colori del tempio, le tuniche rosse dei monaci, il loro sorseggiare thè nel bel mezzo di mille rituali, il suono del corno, del grande tamburo e delle campanelle, con quell’ “om mani padme hum” – il mantra che trovi spesso anche inscritto su pietra lungo i sentieri- ripetuto in continuazione e talmente coinvolgente da indulgere facilmente al sonno. Fortuna che all’entrata ci si dovesse togliere le scarpe, e che i nostri piedi dopo giorni di cammino fossero ormai capaci di risvegliare chiunque… Con una menzione particolare per Claudio e per quei suoi spessi calzettoni in lana che ancor oggi, talvolta, mi appaiono in sogno…

22/11/2003 – sabato

Sono numerosissimi i turisti che incrociamo sui sentieri di una delle valli più “calpestate” del mondo: tanti giapponesi, spesso non più giovanissimi e spesso abbigliati come se l’Everest lo stessero scalando per davvero. Tanti americani, tanti europei, per lo più alleggeriti di zaini e bagagli che trovano invece spazio sulle spalle di qualche portatore o sul dorso di uno dei tanti yak a fianco dei quali sovente ci ritroviamo a camminare… Tornare a Namche Bazar vuol dire rivedere il centro più grande della valle, che può contare almeno un centinaio di case, addossate su di un ripido pendio e quasi tutte contraddistinte da tetti colorati di azzurro. Barbiere, medico, dentista, ristoranti, lodge, bancarelle, negozi, internet point: a Namche pare davvero non mancare nulla, ed oggi è pure giorno di mercato… Noi, intanto, torniamo a visitare con assiduità quell’ottima pasticceria già ben testata nei giorni precedenti…

23/11/2003 – domenica

Anche a Lukla, così come a Barabise, troviamo il coprifuoco: scatta alle 18.00, ma al termine del nostro trekking la voglia di uscire a passeggiare non sarebbe comunque molta… Tutto a Lukla sembra ruotare attorno al piccolo aeroporto, alle partenze e agli arrivi dei turisti. Non mancano negozietti e lodge, uno dei quali ospita anche la sede locale dell’associazione “Porters’progress”, che promuove molteplici iniziative per cercare di migliorare concretamente le difficili condizioni in cui versano quei portatori che, per antonomasia, spesso chiamiamo sherpa, attribuendo il nome dell’etnia così chiamata anche a coloro che non vi appartengono veramente. Uomini, donne, ragazzini: sulle loro spalle vedi davvero passare di tutto, dalle porte in legno ai sanitari, da intere batterie di pentole agli zaini dei turisti, dalle bottiglie di acqua a tutto quanto si può poi ritrovare più in alto nella valle. E non sono certamente i proprietari di queste spalle a trarre i maggiori vantaggi economici da una delle attività più antiche ed importanti dell’intero Nepal…

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