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patagonia 2000

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Patagonia 2000





Patagonia 2000 : in principio fu l'idea....

L'idea di percorrere Patagonia e Terra del Fuoco in MTB ci è venuta durante il nostro primo viaggio in questi magnifici luoghi all'estremo sud del mondo visitati a piedi e con mezzi di fortuna. Ed è proprio viaggiando su mini-bus sgangherati o vecchi pick-up modello "zio Jessy di Hazard" che abbiamo cominciato a sognare di poter un giorno percorrere quelle strade sconnesse a cavallo delle nostre biciclette già più volte fedeli compagne di viaggio.
La voglia di poter trasmettere la magnificenza di questi luoghi e soprattutto il voler fare vivere ad altri le stesse emozioni da noi provate, ha fatto sì che pian piano si sia arrivati a comporre un gruppo di ben 25 persone.

La partenza della spedizione
L'avventura inizia nella splendida cittadina argentina di San Carlos de Bariloche, rinomata meta di turismo internazionale per le numerose possibilità offerte agli escursionisti - siamo alle porte del "Parque National Nahuel Huapi" - ed agli amanti della pesca sportiva. Da qui partiamo la mattina del 13 gennaio 2000, ancora un po' intontiti dalla festa della sera prima a base di asado (grigliata di agnello) e vino tinto nello splendido rifugio del simpatico Carlos e in compagnia di un grande viaggiatore, Mariano Lorefice, il quale ha all'attivo ben due giri del mondo in bicicletta. Siamo carichi come asini, ignari di quello a cui stiamo andando incontro, eccitati come bimbi e colmi di entusiasmo, finalmente liberi di inseguire il sogno tanto atteso.
Il primo giorno si dimostra subito molto faticoso per tutti, vuoi per il caldo ed il fuso orario, vuoi il poco allenamento per qualcuno, e sono proprio il sudore e la fatica a riportarci alla memoria che per raggiungere il nostro obiettivo (Ushuaia) si dovrà anche soffrire e stringere i denti perchè non si tratterà di una vacanza ma di una vera e propria avventura. La sera si montano le tende, si collaudano i fornelli da campo, qualcuno è eccitato nell'improvvisarsi cuoco, qualcuno è depresso, privo di forze, quasi aspetta che l'amico lo imbocchi come a voler farsi compatire, come se fosse stato lui ad aver faticato più degli altri...
E che fatica poi il mattino seguente aprire lo zip della tenda!! Smontiamo il campo e alle 6,30 circa siamo pronti a riprendere il cammino con gli occhi ancora socchiusi in quella luce strana che pian piano diverrà giorno, vedendo le stelle scomparire e sentendo sulla pelle il freddo venticello mattutino che ci è d'aiuto rendendoci più effervescenti. Continui saliscendi ci portano verso la frontiera con il Cile. L'impatto con lo sterrato è tremendo: lo sconforto e la paura di non farcela sono negli occhi di tutti mentre le ruote artigliate scorrono a fatica su quella strada sconnessa, sabbiosa e polverosa che forse, ahimè, ci avrebbe accompagnato per un mese. Stringendo i denti tutti quanti, dal più depresso al più orgoglioso, arriviamo nella graziosa cittadina di Futaleufù, in territorio cileno, che prende il nome dall'omonimo rio, meta turistica per chi ama avventurarsi con la canoa o il kayak.



La Carretera Austral
Da questo paesino colorato e verdeggiante ripartiamo il giorno seguente sulla mitica Carretera Austral cilena, che a tutto assomiglia - mulattiera di montagna compresa - meno che alla strada principale di uno stato. Il "Camino Longitudinal Austral" - percorso in bici anche da Jovanotti - si snoda tra boschi incantevoli, paesaggi incontaminati e agglomerati di case (impossibile definirli paesi) straordinariamente desolati e isolati dal resto del mondo. Ed è proprio in una di queste case che ci fermiamo per una breve sosta. Ciò che stupisce è che le porte delle case sono aperte a tutti e l'ospitalità di questa gente è davvero incredibile: qui abbiamo potuto gustare alcuni dolcetti appena sfornati e assaporare una tazza di latte appena munto il cui gusto difficilmente si dimentica. Più avanti incontriamo altri mini paesi (Villa Santa Lucia, la Junta, Terras de Puyuhuapi) con botteghe dal sapore antico dove puoi trovare la chitarrina giocattolo per un bimbo, le scarpe da festa, due bistecche o la saponetta...
E noi si continua a pedalare dall'alba al tramonto, ci si accampa dove capita, la sera ci si lava nei torrenti pensando con malinconia al comodo bagno di casa nostra. La stanchezza si accumula ma viene automaticamente cancellata dallo splendido paesaggio che il Camino Austral continua ad offrirci: stupendi ghiacciai, vegetazione folta dal verde brillante, cavalli selvaggi in un angolo di mondo davvero idilliaco. Fisicamente si incominciano ad accusare i primi acciacchi dovuti alle continue sollecitazioni provocate dallo sterrato e così il sedere, le mani e le ginocchia troveranno sollievo solo prima della cittadina di Coyhaique dove incomincia l'asfalto e termina la Carretera Austral.
Coyhaique rappresenta la nostra prima meta e per questo passiamo un intero pomeriggio a fare provviste alimentari, a controllare e riparare i mezzi, a sonnecchiare, archiviando così la sofferenza dei giorni passati.



Il gruppo si scioglie
Il giorno successivo, dopo 100 km di asfalto che sembrano moquette, ci ritroviamo nuovamente sulla strada sterrata dove facciamo il primo incontro con colui che diverrà il nostro nemico numero uno: sua maestà il vento! A dire il vero un po' ce lo aspettavamo perchè la Patagaonia è descritta proprio come la regione del vento, ma si sperava sempre di rimandare il più possibile il suo incontro. Ed invece eccolo qui, impetuoso ed implacabile, a provocare addirittura qualche caduta causata dalle sue fortissime raffiche trasversali: nuovi segni di sconforto dalla maggior parte del gruppo che sembra ripiombata nella depressione più totale. La sera arriviamo a Puerto Ibanez, minuscolo centro che sembra essere dimenticato da Dio, silenzioso, desolato, in giro neppure un'anima, i suoi abitanti tutti barricati in casa, quasi a volersi riparare dal fortissimo vento. Da Puerto Ibanez partono i traghetti che attraversano il lago Buenos Aires e collegano il Cile con l'Argentina. Ed è proprio sul traghetto su cui ci imbarchiamo la mattina seguente che sorgono i primi problemi e in alcuni componenti del gruppo compare la convinzione di non poter più continuare e quindi di non voler tassativamente affrontare la mitica Ruta 40 che separa la città di Perito Moreno da El Calafate.
Quindi a Perito Moreno il gruppo si rompe poichè molti non se la sentono di pedalare i 700 km di deserto su cui passa la Ruta 40: affronteranno la traversata in fuoristrada, sicuramente con l'eterno rammarico di non aver segnato con le proprie ruote artigliate i luoghi dove Charles Darwin - e non solo lui - lasciarono il cuore e la mente.



Il deserto
Già, il deserto Patagonico si presenta ora ai nostri occhi: pianure immense ed aride senza case, acqua, alberi, montagne, pianure che producono soltanto minuscole piante nane. Pianure sconfinate perchè difficilmente percorribili e perciò semisconosciute: tutto fa pensare che siano immutate per millenni e che tali rimarranno nel tempo.
Siamo rimasti in 10 a sfidare il vento, vento che soffia intensamente per tutta la giornata rendendoci la vita impossibile. E' sempre pronto, il vento, a buttarci a terra la bici che spesso siamo costretti a spingere per decine di chilometri. Non riusciamo a scambiarci neppure una parola e così, zitti zitti e con la testa china sul terreno pietroso, come cani bastonati, continuiamo ad avanzare lentamente su quei lunghi, interminabili rettilinei. Ogni tanto una breve sosta, tutti uniti, uno seduto a fianco dell'altro per ripararsi dal vento, qualche biscotto sgranocchiato e pochi sorsi d'acqua per non sprecarla: e poi di nuovo in marcia, sconsolati, ogni tanto interrotti dal comparire di qualche guanaco in corsa o dai simpatici armadilli che si lasciano anche tenere tra le mani. Il calore della sera, la temperatura che si abbassa bruscamente, cercare un posto per dormire al riparo dal vento, anche un ponticello può essere la soluzione. Tutti uniti, ad apprezzare il riposo e ad avere ancora la forza di ridere e prendersi in giro e scherzare sullo zimbello di turno.
Sette giorni siamo rimasti lì in mezzo, abbiamo anche sofferto la fame ed abbiamo imparato quanto questo possa spingerti ad attaccarti ad ogni minima cosa che normalmente verrebbe sprecata: "nel deserto non si chiede", questa regola non scritta ti torce lo stomaco fino a farti soffocare, ti toglie le forze e non ti lascia pedalare, ti fa disperare.. Poi l'arrivo all'Estancia Siberia ed una mitica, indimenticabile colazione.
Dinnanzi ai nostri occhi passano i cartelli stradali con la distanza da El Calafate che si accorcia ed il morale riprende quota. Passiamo ai piedi del monte Fitz Roy, il Chalten "Montagna Fumante" degli indigeni Tehuelche, da sempre meta di alpinisti di tutto il mondo: il giorno 27 gennaio arriviamo finalmente a El Calafate. Questa allegra cittadina turistica situata sulle rive del lago Argentino prende il nome dalla bacca agrodolce simbolo della Patagonia la cui leggenda narra che chiunque si macchi le labbra col suo succo bluastro non riuscirà più a dimenticare questa terra e sempre un senso immenso di nostalgia lo spingerà a tornare.
A El Calafate ci fermiamo due giorni, e così abbiamo anche il tempo di fare i "turisti" ed ammirare lo spettacolare ghiacciaio Perito Moreno, considerato una delle meraviglie dell'Universo: si tratta di un ghiacciaio in continua espansione, fenomeno unico al Mondo, il cui avanzamento è stato calcolato in circa 100 mt. all'anno. Non si può non rimanere incantati da uno scenario così fantastico che resterà per sempre indelebile nella nostra mente, e che ci ripaga pienamente di tutta la fatica sopportata nei giorni precedenti.




Ritorno in Cile
Un po' a malincuore riprendiamo il cammino verso il confine cileno. il vento purtroppo non ci ha abbandonati, anzi, sembra essere più forte che nel deserto e quando arriviamo alla frontiera ci prendiamo pure una bella nevicata!. Arriviamo a Puerto Natales il giorno seguente e rimaniamo affascinati da questa cittadina imprigionata in una vasta area di fiordi e canali che vennero esplorati durante il XVI secolo da numerose spedizioni spagnole, in cerca dell'accesso allo Stretto di Magellano. Puerto Natales, considerata dai turisti solo per la sua vicinanza al Parco Naturale delle Torres del Paine, merita a nostro parere di essere visitata poichè è posta in uno dei più spettacolari ambienti della Patagonia. Qui siamo ospiti degli amici Bertila e Louis nella loro "Casa de Familia" e improvvisiamo una gita a cavallo con Louis, vero gaucho cileno. Rimaniamo a bocca aperta per la festosa ospitalità di questa gente che è disposta a donarti anche il suo letto pur di accontentarci: gente che possiede poco, che si accontenta di ciò che ha e soprattutto che è felice, puoi leggerla nei loro occhi l'allegria e la serenità.
Il distacco da questa famiglia ci rattrista molto ma siamo ancora lontani dalla nostra meta e quindi, sapendo che ci attende la Tierra del Fuego - il cui solo nome ambiguo ci intimorisce - ci rimettiamo in marcia. La città di Punta Arenas ci accoglie il giorno seguente ed è da questo importante porto navale che ci imbarchiamo per attraversare lo Stretto di Magellano e raggiungere il piccolissimo centro di Porvenir

La Terra del Fuoco
E' stata un'emozione immensa quella di trovarsi con le biciclette sui luoghi della storia, dove Magellano veleggiava stupendosi dei fuochi indigeni (da qui il nome di Terra del Fuego), mai avremmo pensato fosse anche solo possibile farlo quando a scuola studiavamo i grandi navigatori ed esploratori di nuove terre!
Rientriamo in Argentina a San Sebastian e, passando da Rio Grande raggiungiamo il simpatico villaggio di Tolhuin (che significa "somigliante ad un cuore") immerso in un fitto bosco a poche centinaia di metri dalla sponda orientale del lago Fagnano.

Ushuaia: il sogno sta per diventare realtà..
Ormai ci rendiamo conto che la nostra meta è vicina e se da un lato ci sentiamo felici per l'obiettivo quasi raggiunto, dall'altro un velo di tristezza compare nei nostri occhi, a voler evidenziare il fatto che stia finendo un'avventura straordinaria di cui il giorno seguente avremmo avuto soltanto più un bellissimo ricordo. L'ultima tappa, quella che separa Tolhuin da Ushuaia, ssembra interminabile forse per il fatto che nessuno vuole che il sogno finisca e così si procede lentamente, quasi a voler gustare ancora per qualche ora quell'angolo a sud del mondo che tanto avevamo atteso. A mezzogiorno una mega grigliata di "Cordero" (agnello) divorata in un batter d'occhio in una tipica osteria in riva al lago Fagnano e con la mente non troppo lucida a causa di qualche bicchierino di troppo di vino Tinto, percorriamo gli ultimissimi chjilometri che ci portano fino al Sud del Sud del Mondo: Ushuaia!!
Ci siamo, è fatta, l'obiettivo è stato raggiunto, ci troviamo nella città più australe del Mondo e respiriamo a pieni polmoni sensazioni indescrivibili.
A scendere più o meno urlacchianti e rintronati fino al caotico Far West della "Città più a sud del MOndo" siamo stati proprio noi, una sgangherata truppa di dieci superstiti, otto uomini e due donne che, da adesso in poi, saranno liberi di gustarsi come meglio crederanno il meritato premio per una tale fatica.

Ecco l'elenco dei partecipanti alla spedizione:

Nico Valsesia

Annalisa Diaferia
Alessio Brusati
Silvano Strola
Sergio Francesia
Simone Olivero
Giovanni Zilioli
Piera Marzani
Ornella Fornara
Claudio Vittone
Fabio Genzini
Roberto Bucca
Marcello Giacomin

Roberto Pintus
Giorgio Bedetti
Gianluca Gattone
Giovanni Zorzi
Silvano Bianchi
Stefano Balcet
Carlo Piantoni
Paolo Tacca
Carletto Germanetto
Didier Bovas
Alain Dupas
Gianni Ursco



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